Carcere Borbonico

COMPLESSO MONUMENTALE EX CARCERE BORBONICO

L'Ottocento si apre per la città di Avellino con una serie di iniziative volte a trasformarne l'assetto urbanistico, conformemente ai mutamenti sociali determinati dalla sua elevazione a capoluogo della Provincia di Principato Ultra, avvenuta nel 1806. Il trasferimento dei Tribunali per le Udienze Civili e Penali da Montefusco ad Avellino evidenziò una grave carenza di questa città, che mancava infatti di un'adeguata struttura carceraria. Abbandonato il progetto di una poco probabile ristrutturazione funzionale del castello, redatto nel 1815 dall'ing. Romualdo de Tommasy, fu decisa la costruzione di un nuovo edificio su un suolo di proprietà del sig. Ciriaco Spagnolo, sito lungo il viale dei Pioppi, cioè in una zona destinata ad un grande sviluppo edilizio per essere attraversata dalla via Nazionale che conduceva dritto fino a Napoli.

 Le procedure per la costruzione del Nuovo Carcere Centrale furono avviate nel 1821. Il 4 agosto veniva trasmesso a Napoli il progetto redatto dall'ing. Luigi Oberty per essere sottoposto all'esame della Commissione Esaminatrice della Direzione Generale del Corpo Reale di Ingegneri di Ponti e Strade, della quale il 13 ottobre entrava a far parte anche l'arch. Giuliano De Fazio, Ispettore Generale di Acque e Strade del Regno, molto attivo nella capitale nella prima metà dell'Ottocento. Fu certamente quest'ultimo a suggerire i principali concetti informatori della relazione redatta il 15 dicembre dalla stessa Commissione: capacità e sicurezza come condizioni imprescindibili, al pari, però, della salubrità e del costume.

Alla chiarezza dell'impostazione concettuale corrispondeva, inoltre, un disegno rigidamente geometrico: la pianta doveva coincidere con la "figura di un ottagono regolare iscritto nel cerchio", dal cui centro dovevano partire a guisa di raggi, sedici mura", delle quali una metà andava "ad unirsi agli angoli dell'ottagono" e ciascuno dei rimanenti "alla metà del suo corrispondente lato", così che "la figura rimanesse divisa in sedici triangoli uguali".

Un'idea, cioè, basata sulla convinzione, allora imperante, che solo le forme geometriche potessero garantire forza espressiva e chiarezza di risultati.

Il progetto, difficile da realizzare secondo il disegno iniziale, dovette essere perciò modificato: per una maggiore semplicità di esecuzione, dall'impianto ottagonale si passò a quello pentagonale e infine a quello esagonale, tuttora esistente.

 Esso rispondeva, in pratica, a principi generali, soprattutto di carattere igienico-sanitari, che consigliavano la divisione in zone separate dei lazzaretti: lo stesso De Fazio, autore nel 1826 di un trattato sul Sistema generale dell'architettura dei Lazzaretti vi proponeva, come esempio di tale tipologia edilizia, proprio il Carcere di Avellino, all'epoca ancora in fase di avvio. Principi, di chiara derivazione illuministica, dettati da convinzioni umanitarie che proponevano atteggiamenti del tutto nuovi nei confronti dei detenuti, rispettosi cioè della loro persona e più attenti alla tutela della integrità, fisica e morale, di ciascuno di loro. Il concetto si ispirava in maniera evidente alle teorie espresse da Jeremy Bentham nel suo Panopticon (la Casa d'ispezione, appunto), che, pubblicato nel 1791, nei primi decenni del sec.XIX circolava negli ambienti culturali più aggiornati d'Europa suscitando, ad un tempo, adesioni ed interessanti dibattiti.

Con l'unica sottile differenza che, rispetto al filosofo inglese, De Fazio si addentrò maggiormente nella ricerca di condizioni di salubrità, dimenticando il principio di isolamento e sacrificando le condizioni di sicurezza e di controllo teorizzate invece fortemente nel Panopticon.

Non a caso, già nel 1824 la Deputazione delle Opere Provinciali, resasi conto che l'ubicazione di un carcere in un'area urbana di intensa espansione avrebbe creato non pochi problemi, aveva deliberato la realizzazione di strade intorno ad esso per isolarlo dalle abitazioni già esistenti e da quelle che sarebbero sorte in zona, la costruzione di una cinta muraria e lo scavo di un fossato lungo il suo perimetro. Ma questi correttivi non dovettero sembrare sufficienti nemmeno successivamente, se nel 1839, quando il Carcere era già funzionante, sia pure parzialmente in quanto ancora incompleto di tre bracci, Giuseppe Zigarelli, consigliere distrettuale degli Ospizi della Provincia di P.U., nel suo Discorso Del Carcere Centrale di Principato Ulteriore e del modo di migliorarlo, sottolineava la pericolosità rappresentata da cortili e camerate troppo spaziosi, pensati per una vita collettiva, e i rischi delle eccessive possibilità di assembramenti che vi si offrivano, pur dovendo riconoscerne i pregi igienici e la salubrità.

Elementi peraltro già segnalati entusiasticamente nel 1834 dal medico delle prigioni in una sua lettera all'Intendente della Provincia di P.U., nella quale lo ragguagliava sulle condizioni di vita dei detenuti già trasferiti, almeno da un paio d'anni, nella nuova struttura carceraria.

"La forma circolare è l'unica che offra una prospettiva perfetta", una visualità totale, un controllo complessivo, anche da parte di un solo sorvegliante per volta, senza dover cambiare luogo di osservazione:

questo il concetto ispiratore della teoria di Bentham, applicabile un pò a tutti gli edifici collettivi di segregazione e di correzione.

De Fazio andò oltre, ispirandosi anche a modelli di architettura militare (facciate in mattoni rossi e marcapiani in pietra chiara, struttura nitidamente geometrica, aspetto severo) e persino agli antichi castelli (mura di cinta, fossato con ponte levatoio, merli e torrette), quasi a stabilire un equilibrio con le nuove teorie umanitarie da lui fermamente condivise, leggibili negli ampi e spaziosi cortili, nella cappella alloggiata nella torre centrale visibile perciò da tutti i bracci, nelle ariose camerate. Ne venne fuori un complesso assai singolare, unico nel suo genere, che risalta chiaramente anche nella , rilevata a vista da Federico Amodeo intorno al 1870, con la sua caratteristica pianta esagonale e il corpo centrale a torre, da cui cinque bracci si dipartono a stella.

Oggi, sottoposto ad un complesso intervento di restauro, è un monumento altrettanto singolare. Una cittadella nel cuore della città viva.

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